Un bel segnale: si riparte, dal lavoro!

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Un dato è certo. Nel primo trimestre 2015 il saldo tra contratti di lavoro attivati e cessati è positivo di 319.873 unità, facendo registrare una aumento, rispetto allo stesso periodo del 2014, del 138%. E nonostante l’evidente sofferenza del mercato del lavoro, cresce in maniera progressiva la percentuale di assunzioni fatte con il contratto a tempo indeterminato, rispetto a quelle fatte con apprendistato o contratti a termine. E questo avviene perchè per la prima volta nel nostro paese assumere a tempo indeterminato costa meno che assumere per pochi mesi. E’ evidente l’effetto positivo offerto dagli sgravi fiscali per i contratti a tutele crescenti del Jobs Act, utilizzati dalle aziende anche per trasformare in contratti stabili migliaia di lavoratori precari con contratti a tempo (soprattutto giovani); regolarizzare dunque e stabilizzare una parte di quella generazione che finora non ha mai conosciuto alcuna certezza o tutela rispetto alla propria posizione di lavoratore dipendente.

Stona sinceramente la posizione critica di alcuni sindacati. Non si capisce il perchè tutto debba essere derubricato a un semplicistico e quantomeno astioso “è stato fatto un regalo alle aziende”. Da sempre infatti il tema del costo del lavoro in Italia è stato considerato come uno degli ostacoli fondamentali all’occupazione; oggi le imprese hanno a disposizione un pacchetto di sgravi che consente loro di liberare risorse fresche da impegnare e impiegare nella regolarizzazione dei propri dipendenti e nell’assunzione a tempo indeterminato. Un regalo dunque? Credo di no, un atto di buon senso che va sostenuto, implementato e sicuramente consolidato nel tempo da parte del Governo. La rigidità con cui il sindacato italiano approccia alle tematiche del lavoro appare ormai da tempo superata: e lo dimostra la cecità con la quale negli anni ha continuato a difendere in maniera ideologica le tutele e i privilegi di alcune categorie di lavoratori, a scapito di un esercito di giovani precari che si andava formando nella società.

Buona la prima, ora completare l’opera. Questi dati rappresentano un’ottima base per far ripartire il paese. Ora bisogna completare il percorso di riforme intervenendo su quelle distorsioni nazionali che sono considerate croniche e che ostacolano la crescita: l’attrazione degli investimenti esteri, una oculata scelta in materia di politica industriale, una seria politica di investimenti in infrastrutture (materiali e immateriali).

Lo sviluppo economico e la competitività nazionale passano attraverso scelte importanti che la politica deve assumersi il coraggio di fare e non di rimandare…un verbo, quest’ultimo, che il Governo Renzi ha finalmente fatto sparire dall’agenda politica.

Gli insegnamenti delle elezioni in Gran Bretagna

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Due ordini di fattori risultano evidenti dai risultati delle elezioni inglesi: il primo riguarda la stabilità di un sistema elettorale che riesce a garantire governabilità per l’intera legislatura; il secondo invece la debacle labour.

Un sistema elettorale per garantire stabilità. Cameron prende il 36% e si aggiudica 331 seggi su 650, ottenendo così la maggioranza assoluta che gli consentirà di governare per tutta la legislatura senza dover ricorrere ad accordi o accordicchi con altri partiti. Tutti hanno accettato il risultato, i leader dei partiti di opposizione si sono addirittura dimessi e nessuno ha gridato allo scandalo nè alla dittatura per il fatto di raggiungere la maggioranza assoluta con il “solo” 36% dei voti. Una vera lezione indiretta a quanti in questi giorni in Italia hanno occupato ore di trasmissioni televisive, pagine di giornali e invaso la rete con post a mò di intemerata per spiegarci che la nostra legge elettorale, di recente approvazione, avrebbe condotto l’Italia verso derive autoritarie pericolose. Una lezione perchè mentre in Gran Bretagna con il 36% dei voti si governa e da soli, in Italia serve il 40% per avere il premio di maggioranza: con lo stesso risultato di Cameron infatti, un partito italiano andrebbe al ballottaggio: un successivo passaggio elettorale quindi per garantire ulteriore garanzia e maggiore tutela. Alla luce dell’esperienza britannica, in un contesto oltretutto dove la democrazia è ben solida da qualche secolo, le accuse mosse al Governo Renzi sull’Italicum si dimostrano sempre più pretestuose, ideologiche e soprattutto aprioristiche.

L’elettore di centro sinistra chiede riformismo. La debacle Labour è totale. Ed Miliband porta il suo partito al minimo storico e si dimette. Impernia una campagna elettorale sulla paura e il populismo, rispolverando atteggiamenti di una sinistra da anni 70/80, non convincendo nè l’elettorato moderato, ma neanche quello dell’attuale sinistra inglese. Un massimalismo ideologico quindi, figlio di una cultura che non esiste più in società, se non in minima parte, che si è rivelato ovviamente perdente. E’ evidente il confronto che possiamo fare oggi con il nostro Partito Democratico. Le quotidiane spinte di alcuni verso posizioni tanto radicali quanto obsolete su temi importanti come quelli ad esempio del lavoro, dello sviluppo o dell’economia, relegherebbero il Partito Democratico all’opposizione per anni. La vera sfida invece, che il Segretario e Presidente del Consiglio Renzi sta portando avanti con grande coraggio, è quella del riformismo. Un centro sinistra moderno, per essere tale e soprattutto in grado di essere maggioranza di questo paese, deve porre al centro della propria agenda politica il tema delle riforme. E’ un’assunzione di responsabilità grande perchè dimostra un partito in grado di intercettare i bisogni del paese, capire le esigenze nazionali e dare finalmente risposte. Un partito quindi in grado di interpretare la società per risolvere i problemi e non per discutere all’infinito se una cosa è di destra o di sinistra, anche perchè a questi ultimi molto spesso preferisco chi si chiede se una cosa è giusta o sbagliata!

In questo senso credo che per alcuni sia molto importante ricominciare a prendere lezioni di inglese.

Il tempo di agire, la volta buona

firma legge elettorale

Da sempre se ne parla, da tanto se ne avverte la necessità, ma ogni volta che si prova a modificare lo status quo ecco uscire fuori i soliti vizi nazionali.

“Bisogna cambiare la legge elettorale per dare stabilità al sistema” è stato uno dei mantra che ha dominato il dibattito pubblico da sempre, e allora via a mesi di giuste contrattazioni dentro ai partiti e fra tutte le forze politiche, limando le posizioni sui premi di coalizione o di partito, la percentuale di sbarramento, i capilista bloccati, le preferenze e le quote di nomine.

Un lavoro necessario per la più ampia condivisione possibile, perché così è giusto e così si fa!

Ci si aspetta poi che da questo lavoro nasca un risultato ed è proprio quello il momento in cui i vizi nazionali escono fuori: si inizia a gridare al complotto, al fascismo e alla necessità di un maggiore dialogo, con l’unico obiettivo di rimescolare le carte per ricominciare da capo e non modificare nulla (perché alla fine a molti, questo status conviene).

Ecco così non è giusto e così non si fa.

Il Governo avrebbe avuto la possibilità di ricominciare da capo, tenendo buona una parte del Partito Democratico, una parte di opposizione, mediare, prendere tempo, abbonire alcuni perché altri potessero intendere; insomma avrebbe potuto replicare all’infinito quegli atteggiamenti che hanno portato l’Italia ad essere un paese immobile e ingovernabile.

E invece no, questo Governo ha avuto il coraggio di decidere. Un atteggiamento nuovo nel panorama nazionale, che deve rappresentare uno stimolo per tutto il paese, perchè in fondo in fondo ci si rende conto che cambiare non solo è necessario ma possibile anche in Italia.

Dl Irpef, la politica fiscale torna al centro dell’agenda politica

Il Governo Renzi inserisce un altro tassello sulla strada che porterà a una “normalizzazione” del Paese, e lo fa attraverso il Dl Irpef che è stato convertito in legge dal Senato. Un provvedimento che ha grandi meriti, sia sul versante interno, sia nella capacità di promuovere un’immagine diversa dell’Italia in Europa e nel mondo.

Sul fronte interno, la riduzione della pressione fiscale su lavoro e imprese torna ad essere una priorità dell’agenda politica nazionale, un asset decisivo che consentirà di dare ossigeno al mondo produttivo e ai cittadini. Il taglio dell’Irap del 10% e il bonus 80 euro (già nella busta paga di maggio) rappresentano i primi passi che l’Italia muove, dopo anni di immobilismo, per una fiscalità più giusta ed equa.

La scelta poi di garantire le coperture di questi provvedimenti con l’aumento della tassazione delle rendite finanziarie e con il reale efficientamento della spesa nella pubblica amministrazione, confermano la bontà dell’azione del Governo, sempre più impegnato nella sua missione riformatrice del paese (a questo proposito rimando al mio articolo scritto lo scorso 17 giugno dal titolo “Innovare per una nuova cultura nazionale”).

Agli occhi del mondo poi si coglie un duplice obiettivo. Se da un lato fa accrescere la credibilità del Paese agli occhi delle Istituzioni europee e delle agenzie internazionali, quelle che molto spesso hanno bacchettato l’Italia per i ritardi strutturali accumulati negli anni, contemporaneamente avvia la costituzione di nuovi scenari in termini di competitività e crescita produttiva, magari stimolando una ripresa degli investimenti diretti.

Un’Italia in grado di garantire una serie di riforme in tempi certi e brevi; in grado di dare un’accelerazione alle politiche fiscali per intervenire sul grande “vulnus” nazionale, le tasse per le imprese e i cittadini; in grado di avviare quel percorso per ridurre le inefficienze della Pa, in termini economici e di servizi erogati, è un’Italia che vuole tornare ad essere credibile, produttiva e attrattiva.

Oggi gli stakeholder internazionali scoprono un’Italia che ha “cambiato verso” e che esiste un Governo in grado di intervenire sulle principali discriminanti che finora hanno ostacolato la crescita produttiva nel nostro paese.

Si parte dalla riduzione delle tasse, ma col Dl competitività di cui hanno parlato in questi giorni i Ministri Padoan e Guidi, si vuole avviare un percorso virtuoso per ricreare di nuovo quel terreno fertile per fare impresa e creare lavoro.

Agevolare gli investimenti diretti esteri e quelli delle aziende italiane, incentivare la capitalizzazione, promuovere un più semplice accesso al finanziamento creditizio e alternativo (le linee guida del provvedimento), costituiscono asset importanti per innovare la nostra politica di sviluppo, le basi per un rinascimento economico nazionale.

Abbiamo la necessità di costruire una solida cornice all’interno della quale le forze produttive possano giocare la propria partita, senza ostacoli e restrizioni; dove ogni cittadino contribuente superi le diffidenze del passato e torni ad essere fiducioso nelle istituzioni; dove ogni investitore internazionale intenzionato a fare impresa in Italia abbia certezza dei tempi e del diritto.

E’ importante a questo punto che interessi di parte (e di partiti) non ostacolino questo processo riformatore, attraverso ostruzionismi figli di una stagione politica che vogliamo non esista più. 

Innovare per una nuova cultura nazionale

Ripensare l’Italia. Questo sembra essere il filo conduttore che ispira il Governo Renzi a pochi mesi dal suo insediamento.

Ripensare un Paese più giusto, moderno, in grado di soddisfare le aspettative di milioni di italiani che attendono da tanto, troppo, un segnale di cambiamento e soprattutto sperano finalmente in una nuova classe dirigente consapevole del momento storico attuale.

Una chance questa che non possiamo perdere.

Un Paese bloccato da sempre dalle tante rendite di posizione maturate da pochi negli anni, dall’incapacità di interpretare la fase storica globale come un’opportunità nazionale, dalla scarsa qualità delle proposte politiche per arrivare dapprima a una “normalizzazione” del nostro apparato-Stato per contribuire poi a uno scatto d’orgoglio di fronte alle grandi sfide mondiali, per mostrarci efficienti, produttivi, competitivi.

Il merito di questo Governo, e di Matteo Renzi in primis, è stato quello di aver polverizzato la classica dialettica politica a cui eravamo soliti assistere, quella che era diventata la “liturgia” del dire per non dire, del decidere per non decidere, del cambiare tutto per non cambiare mai nulla.

Oggi si gioca una partita diversa, una partita a viso aperto tra chi vuol innovare e chi vuol conservare, mettendo sul tavolo proposte per riformare in maniera epocale la nostra lenta e ingessata società.

E lo si fa accorciando i tempi di quella “liturgia” che per anni ha ingabbiato il Paese, fino a portarlo ad una condizione di eterno malato che vede la fine sempre vicina e stanco di sperare, di avere stimoli, di cambiare.

Promuovere una nuova fase è stato l’auspicio di sempre e i primi passi mossi dall’esecutivo vanno proprio in questa direzione.

A partire dalle riforme di carattere costituzionale, per il superamento del bicameralismo perfetto, la riduzione del numero dei  parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni e la revisione del titolo V. Una prima risposta a quella esigenza di snellire il processo decisionale dello Stato per ridare certezza ai cittadini e tempestività di intervento, per intervenire sui costi inutili (quelli che una volta ci dicevano fossero “incomprimibili” e oggi invece scopriamo possono essere compressi) e per riportare ordine tra le competenze dello Stato e delle Regioni, superando il policentrismo decisionale degli ultimi anni con un assetto più equilibrato e funzionale allo sviluppo economico e sociale.

Per passare poi al Jobs Act,  per promuovere da un lato uno shock positivo nel mondo del lavoro facilitando l’assunzione da parte delle aziende, anche semplificando le forme contrattuali, e dall’altro assicurando protezione anche a quei lavoratori che attualmente, per diversi motivi, sono totalmente senza rete in caso di disoccupazione.

Per arrivare poi alla Riforma della Pubblica Amministrazione, che giustamente viene definita “la riforma delle riforme”, dove si osa dove nessuno aveva mai osato. Intervenire in un comparto considerato di “intoccabili”, specialmente nella fascia dei dirigenti apicali, per innalzare il livello dei servizi erogati attraverso una riorganizzazione moderna ed efficiente della macchina dello Stato affinché la PA non sia più da ostacolo al cittadino, con una razionalizzazione della spesa per eliminare inefficienza e improduttività, e far nascere nuove professionalità che siano più vicine alle esigenze dell’utente.

Riforme queste che la mia generazione, quella dei trentenni, invoca da tempo anche impegnandosi personalmente nella società e nella politica per dare un contributo, per stimolare una risposta a quel desiderio di innovazione che riteniamo ormai improcrastinabile. 

Ecco, è l’innovazione la grande scommessa persa dal nostro paese in questi anni. L’innovazione intesa come grande processo culturale che spinga al cambiamento e all’ammodernamento dell’Italia.

Abbiamo la necessità di pompare enormi dosi di innovazione in tutti i comparti del nostro Paese, ma per fare ciò è necessario promuovere una nuova cultura nazionale che parta da una classe dirigente che abbia coscienza del momento storico attuale, che sappia interpretare prontamente le esigenze dei cittadini e con altrettanta rapidità sappia decidere. Da una classe dirigente infine che non sia autoreferenziale, che non viva per autoalimentarsi ma intervenga, anche con misure nel breve tempo impopolari, in tutti i settori che oggi ostacolano la crescita e lo sviluppo.

Le azioni del Governo Renzi ci dicono che finalmente è iniziato il passaggio di consegne da una classe dirigente che ha creduto fino ad oggi di vivere ancora in un’epoca “analogica”, a una invece che è cosciente di vivere in una “digitale”. Consapevole che esistono delle esigenze che la politica oggi ha lasciato inevase e conscia che la tempestività dell’azione e della risposta costituiscono un elemento predominante per essere credibili.

Mai più di questa volta abbiamo una grande opportunità. Matteo Renzi ha avviato un nuovo corso che pone al centro dell’agenda politica del Governo il coraggio di innovare, l’ambizione di dire che oggi c’è poco da conservare e tanto da cambiare.